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| UE/Aborto: membri italiani attaccano Commissione di esperti sui diritti umani |
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Bruno Nascimbene e Marta Cartabia, membri italiani dell’eu network of Independent Experts on Fundamental Rights, responsabile del rapporto che condanna la bozza di Concordato tra Slovacchia e Santa Sede in materia di obiezione di coscienza dei medici all’aborto, hanno espresso con una dichiarazione pubblica il proprio dissenso dai contenuti dell’Opinione 4/2005 e dal metodo con cui è stata redatta (per il fatto e i retroscena vedi Newsletter Cespas n.11, www.cespas.org).
Bisogna ricordare che l’Opinione in questione – che vorrebbe obbligare i medici cattolici a praticare l’aborto e l’eutanasia – pur pubblicata a nome del Network, in realtà è stata redatta da un gruppo molto ristretto di collaboratori riuniti attorno al prof. Olivier De Schutter, dell’Università di Lovanio.
Il prof. Bruno Nascimbene, docente di Diritto Comunitario nell’Università Statale di Milano e la prof.ssa Marta Cartabia, docente di Diritto Costituzionale all'Università di Milano Bicocca, sono componenti del gruppo di esperti in rappresentanza dell’Italia. In questa dichiarazione, che il Cespas ha ottenuto, esprimono “perplessità e dissenso” già manifestate direttamente al prof. De Schutter e agli altri componenti del gruppo per quanto riguarda i seguenti punti:
“1. Anzitutto è stato accordato un risalto eccessivo e unilaterale al punto di vista di una sola organizzazione non governativa, notoriamente militante sul fronte pro-aborto – il Center for Reproductive Rights, operante in USA principalmente. Sarebbe stato necessario rispettare la pluralità dei punti di vista e sentire accanto ad una associazione pro aborto anche una pro life.
2. Nel merito l’Opinione afferma che la libertà di coscienza non è un valore assoluto, ma che deve cedere il passo di fronte ad altri diritti. In particolare si dice che laddove la legislazione garantisce l’interruzione volontaria della gravidanza, questo diritto – il diritto ad abortire – deve prevalere sulla libertà di coscienza dei medici. Rispetto a questa affermazione, che costituisce il contenuto centrale del rapporto ed è ribadita in un successivo comunicato stampa del gruppo di esperti (cfr. prossima notizia, ndr) c’è da osservare che:
a) in Europa nessuna Costituzione e nessuna Convenzione internazionale riconosce l’aborto come diritto fondamentale, neppure la Carta dei diritti dell’UE, proclamata a Nizza. Tutte riconoscono piuttosto il diritto alla vita, e semmai l’aborto è legalizzato – in forme e misure molto diverse nei vari paesi europei – per garantire il diritto alla salute e alla vita della madre.
b) In ogni caso nessuna persona ragionevole può pensare che in una società ispirata ai valori della libertà e della democrazia occidentale si possano obbligare medici, infermieri, anestesisti che ritengono che l’aborto sia un omicidio a praticarlo. Se si crea una breccia nella libertà di coscienza si può imboccare una strada molto pericolosa.
3. Per altro aspetto, l’Opinione critica duramente lo strumento concordatario perché accorda un privilegio alla Chiesa cattolica negli Stati che lo prevedono. Certamente gli Stati a regime concordatario danno risalto maggiore alla confessione cattolica rispetto ad altre confessioni religiose, non diversamente da quanto accade negli Stati che prevedono una Chiesa di Stato. In Europa gli Stati che riconoscono una religione di Stato sono molti: dal Regno unito, alla Danimarca, alla Grecia, a Malta. Ciò può apparire strano per paesi laici come la Francia. Ma il bello dell’Europa è proprio questa ricchezza e questa diversità, che sul terreno dei rapporti con la religione è particolarmente evidente.
Da questo punto di vista ci si può chiedere quale sia lo scopo del Parlamento e della Commissione europea nel richiedere questa opinione agli esperti: infatti le Istituzioni europee non hanno competenza per intervenire nei rapporti tra Stati e Chiesa, che rientrano nella sfera di sovranità dei singoli Stati e della Santa Sede." |
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UE, De Schutter (Commissione di esperti) insiste sul diritto all’aborto |
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Le polemiche suscitate dall’Opinione 4/2005 sull’obiezione di coscienza in materia di aborto, pubblicata dall’eu network of Independent Experts on Fundamental Rights in data 15 dicembre 2005 (vedi Newsletter Cespas n.11, www.cespas.org), hanno spinto il presidente del Network, Olivier De Schutter, a redigere un comunicato per correggere quelle che lui definisce “travisamento e strumentalizzazione” del rapporto. Come si ricorderà, l’Opinione rispondeva a una richiesta di Commissione Europea e Parlamento Europeo di un giudizio sulla bozza di trattato concordatario tra Slovacchia e Santa Sede, che garantisce ai medici cattolici l’obiezione di coscienza in materia di aborto.
L’Opinione ha ovviamente avuto una particolare eco in Slovacchia, ma ha anche creato profondi dissensi all’interno della Commissione di esperti, la cui maggior parte dei membri era addirittura all’oscuro di quanto redatto da De Schutter (vedi notizia precedente).
Ma le precisazioni di De Schutter, datate 19 gennaio 2006, lungi dal correggere il contenuto dell’Opinione, riaffermano il nodo centrale e inaccettabile di quel rapporto, che è quello di creare surrettiziamente il diritto all’aborto. “Nei paesi dove l’aborto è legale – scrive infatti il professore di Lovanio – a tutte le donne deve essere garantito l’accesso a questo servizio”, per cui la pur legittima obiezione di coscienza non può tuttavia arrivare a ledere questo diritto.
Per cui anche se De Schutter riconosce che “è inaccettabile richiedere a qualsiasi sanitario cattolico di concorrere attivamente nel procurare un aborto”, di fatto non si vede l’alternativa visto che lo stesso De Schutter riafferma con forza che ogni donna “anche nelle aree rurali o geograficamente più lontane dal centro” ha il diritto a veder praticato l’aborto nel centro sanitario più vicino alla propria residenza e anche in un Paese dove il 70% degli abitanti è cattolico.
La precisazione del prof. De Schutter appare dunque come una grande prova di acrobazia dialettica, il cui unico scopo è quello di creare un precedente per poter affermare il diritto all’aborto pur senza dirlo espressamente. |
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Il giurista: “Rapporto UE su obiezione di coscienza è un attacco alla libertà” |
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“Il Rapporto dell’eu network of Independent Experts on Fundamental Rights - che nega legittimità al Concordato tra Slovacchia e Santa Sede in materia di obiezione di coscienza dei medici davanti alla richiesta di procurare l’aborto - è un documento di gravità eccezionale che, intaccando la libertà di coscienza, mina alle radici il fondamento stesso della civiltà occidentale e pone le premesse per un nuovo totalitarismo”. A esprimere questo giudizio è Paolo Carozza, docente presso la Facoltà di Diritto dell’Università di Notre Dame (Indiana, USA), esperto di diritti umani internazionali e recentemente nominato nella Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani. Per Carrozza il Rapporto degli esperti UE (Opinione 4/2005: per i contenuti e i retroscena vedi Newsletter Cespas n.11, www.cespas.org) è “il tentativo più sfacciato visto finora” di sovvertire i fondamenti della nostra civiltà.
“Questo – dice Carozza, riferendosi all’obbligo richiesto ai medici cattolici di procurare l’aborto, pratica che essi considerano un omicidio – è un esempio evidente di come si stia cercando di dirottare il tema dei diritti umani, trasformando il bene della persona umana in una ideologia violenta contro la persona stessa”. Quanto alla situazione per cui nemmeno gli esperti della Commissione erano al corrente del contenuto dell’Opinione, che oltretutto ricalca le linee proposte da una Ong americana nota per le sue campagne in favore dell’aborto libero, il prof. Carozza sostiene che si tratta di un “esempio estremo di una tendenza in atto da tempo, ovvero della crescita di gruppi burocratici di esperti sempre più staccati dalla gente, ma soprattutto ‘presi ostaggio’ da gruppi che rappresentano interessi molto particolari. Si procede per cooptazione all’interno di istituzioni sempre più distanti dalla gente ma anche sempre più manipolabili. E’ un circolo perverso che bisogna avere il coraggio di denunciare. E da questo punto di vista si deve dire che il silenzio di tanti giuristi, per ignoranza o per calcoli personali, è pura complicità”.
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Aborto e 194, c’è qualche problema con le donne italiane? |
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È disponibile sul sito internet www.ministerosalute.it la versione integrale della "Relazione sullo stato della legge concernente norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza" presentata il 19 dicembre 2005 dal Ministro della salute, Francesco Storace.
Per quanto riguarda il 2004 il documento ci informa che sono state notificate 136.715 IVG, con un incremento del 3,4% rispetto al 2003 (132.178 casi) e un decremento del 41,8% rispetto al 1982 (anno in cui fu registrato il più alto ricorso all’IVG, 234.801 casi).
Da questo valore assoluto si ricavano due tassi di abortività. Il primo, calcolato utilizzando le stime ISTAT della popolazione femminile, è pari a 9,9 aborti ogni 1.000 donne in età feconda, vale a dire di età compresa tra 15 e 49 anni, con un incremento rispetto al 2003 del 2,6% e un decremento rispetto al 1982 del 42,4%.
Il secondo tasso di abortività, calcolato sempre in base ai dati ISTAT, ma questa volta relativo ai nati vivi nell’anno in considerazione (che, secondo i dati provvisori, sono stati 548.244), equivale a 249,4 IVG per 1.000 nati, con un incremento dell’1,8% rispetto al 2003 e un decremento del 34,4% rispetto al 1982.
Quindi nel 2004 ogni 1.000 bambini nati altri 250 non hanno visto la luce, ovvero ogni cinque bambini concepiti uno non è nato.
Mettiamo ora questi dati in relazione al testo della legge 194/78 (che non dimentichiamolo è per la “tutela della maternità”) che all’articolo 4 e 6 indica le condizioni che consentono in Italia l’interruzione volontaria della gravidanza.
Articolo 4.
Per l'interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dell'articolo 2, lettera a), della legge 29 luglio 1975 numero 405 , o a una struttura socio-sanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia.
Articolo 6.
L'interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata:
a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.
Dunque ogni anno in Italia almeno 130.000 donne si trovano in condizioni economiche, sociali, psicologiche o sanitarie tali da rendere gravidanza, parto o maternità seri o gravi pericoli per la loro salute fisica e psichica. Allora le possibilità sono solo due: o le donne italiane hanno in generale condizioni di salute così precarie da meritare un intervento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, oppure – cosa molto più probabile - la legge 194 non viene rispettata ed è usata invece per promuovere la liberalizzazione dell’aborto.
Anna Bono
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Ambiente. Sorpresa: le piante emettono gas serra |
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Una fonte importante di emissioni di metano – uno dei principali gas serra - sono le piante. E’ la sorprendente scoperta fatta dai ricercatori del Max Planck Institute for Nuclear Physics e pubblicata sul numero di Nature del 12 gennaio 2006.
Secondo i teorici del riscaldamento globale, il metano è – dopo l’anidride carbonica – il più importante gas serra responsabile dei cambiamenti climatici. E la concentrazione di metano è quasi triplicata negli ultimi 150 anni. Anche se il metano è conosciuto principalmente come un gas naturale, la stragrande maggioranza delle emissioni nell’atmosfera derivano da fonti cosiddette “biogeniche”, come ad esempio le coltivazioni di riso o le flatulenze dei ruminanti (cfr. Newsletter no. 5). In Italia, ad esempio, dalle fermentazioni intestinali dei ruminanti viene il 31% delle emissioni di metano, e un altro 9% viene dagli escrementi del bestiame stesso; il 21% viene dall’interramento dei rifiuti, mentre solo il 13% è legato alle reti di distribuzione del gas.
La novità è nel fatto che finora si dava per scontato che il metano biogenico si formasse anaerobicamente, ovvero attraverso micro-organismi in assenza di ossigeno. Invece gli scienziati del Max Planck Institute hanno scoperto che sono le stesse piante a produrre metano ed emetterlo nell’atmosfera pur in condizioni di normalità e di ambiente ricco di ossigeno. La scoperta è conseguenza di una ricerca per mettere a confronto i gas emessi dalle foglie morte e dalle foglie vive. Ebbene, sia in laboratorio che all’aperto è risultato che le piante vive emettono dai 10 alle mille volte in più il metano emesso dalle foglie morte. La ricerca ha poi dimostrato che il tasso di produzione di metano cresce esponenzialmente quando le piante sono esposte al sole.
A livello di emissioni totali, i ricercatori calcolano che il contributo delle piante all’emissione globale sia dai 60 ai 240 milioni di tonnellate di metano l’anno, ovvero tra il 10 e il 30%.
A questo punto possiamo solo sperare che i Verdi – per applicare il Protocollo di Kyoto - non chiedano di tagliare tutte le foreste del mondo.
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